posted by Fotogiornalista @ 22:09 - venerdì, 22 maggio 2009
Oggi racconto una storia. Lo faccio di getto e non ci metto immagini. Ma soltanto flussi di pensiero in forma scritta. Vivo da ormai 14 anni con mia madre, perchè i miei sono separati. Con difficoltà ho convinto i miei genitori a lasciarmi frequentare la scuola di giornalismo che putroppo è piuttosto costosa. Già c'è crisi economica, già gli sforzi sono tanti, senza contare che ultimamente s'è aggiunto anche un problema. Viviamo in un palazzo storico ed i condomini hanno deciso per salvaguardarlo, di aderire ad un dubbio progetto comunale in base al quale se si paga di tasca proprio il rifacimento della facciata, si hanno in cambio alcuni sgravi fiscali. Il problema è che l'appalto del progetto è stato dato ad una ditta dove sono impiegati vari condomini e amici dei condomini, che intascheranno una considerevole somma. Denaro che mia madre, naturalmente, non ha. Perciò dico: è giusto che non si faccia nulla difronte a gente che si fa forte di un progetto comunale per rubare danaro? E' giusto che in tempi di crisi si venga costretti a pagare soldi che non si hanno? Costretti, perchè quando abbiamo fatto ricorso, i signori sono riusciti a far arrivare la sentenza alla Cassazione ed a fare si che chi non ha i soldi per pagare debba vendere l'immobile. Ed io che farò? Cosa posso fare? Mettermi sul ciglio della strada con la mia chitarra a cantare "Diritto al tetto", magari con la speranza di racimolare qualche spicciolo?
Lasciami per terra o trovami una casa
mica te l'ho chiesto io di fare qui una strada
metà dei soldi va per i recinti
l'altrà metà per ridipingerli
metà dei domiciliari sulle panchine
anche su quelle dove non ci si può sdraiare
diritto al tetto e non avere un tetto
diritto al tetto e non avere un tetto
diritto al tetto e non averlo
l'anima non serve serve un posto dove stare
l'anima alle bestie noi pensiamo con il pane
le case vuote puzzano di marcio e di sconfitta
tiriamo su un ostello nella steppa
paga le immobiliari per rifarti il letto
paga i notai per aver tutto quanto scritto
paga l'affitto e poi vestiti a lutto quando hai capito quanto va giù il bozzo
paga la colpa di soffrire il freddo
paga la multa per dormire all'aperto
diritto al tetto e non avere un tetto
diritto al tetto e non avere un tetto
diritto al tetto e non averlo
l'anima non serve serve un posto dove stare
l'anima alle bestie noi pensiamo con il pane
le case vuote puzzano di marcio e di sconfitta
tiriamo su un ostello nella steppa
[Diritto al tetto @ Ministri]
mica te l'ho chiesto io di fare qui una strada
metà dei soldi va per i recinti
l'altrà metà per ridipingerli
metà dei domiciliari sulle panchine
anche su quelle dove non ci si può sdraiare
diritto al tetto e non avere un tetto
diritto al tetto e non avere un tetto
diritto al tetto e non averlo
l'anima non serve serve un posto dove stare
l'anima alle bestie noi pensiamo con il pane
le case vuote puzzano di marcio e di sconfitta
tiriamo su un ostello nella steppa
paga le immobiliari per rifarti il letto
paga i notai per aver tutto quanto scritto
paga l'affitto e poi vestiti a lutto quando hai capito quanto va giù il bozzo
paga la colpa di soffrire il freddo
paga la multa per dormire all'aperto
diritto al tetto e non avere un tetto
diritto al tetto e non avere un tetto
diritto al tetto e non averlo
l'anima non serve serve un posto dove stare
l'anima alle bestie noi pensiamo con il pane
le case vuote puzzano di marcio e di sconfitta
tiriamo su un ostello nella steppa
[Diritto al tetto @ Ministri]
in: vita vissuta, giornalismo, storie di ordinaria follia, aspirante giornalista
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posted by Fotogiornalista @ 15:18 - mercoledì, 20 maggio 2009

E' solo una piccola riflessione.
posted by Fotogiornalista @ 23:06 - lunedì, 09 marzo 2009

[Giada @ Shock Magazine Photoshoot (thanks to Drops store/Naples)]
Forget about our mothers and our friends
We're fated to pretend
To pretend
We're fated to pretend
To pretend
We're fated to pretend
To pretend
We're fated to pretend
To pretend
Stabilire che fare. Decidere chi essere. Andare dove si vuole. A dirlo è semplice, ma farlo è tutt'altra cosa. Quando qualcuno che t'è vicino non ti capisce e ti accusa di cose terribili, che non ti sa spiegare, ti rendi conto di quanto non ci sia più limite al peggio e di come prendere una valigia ed andare via sia l'unica soluzione opinabile, anche se magari hai letto la stessa sciocchezza qualche giorno prima sull'oroscopo. I tuoi genitori dicono che non vogliono più vederti, ma non gliela si può dare vinta. Bisogna andare avanti, con o senza di loro ed essere consapevoli delle proprie scelte. Qualcuno dirà "Una scelta non è mai facile" e io rilancio con "Altrimenti che scelta sarebbe?". Se niente è semplice, nulla è impossibile. La libertà che mi regala una fotografia, come quella che mi regala scrivere una parola, non ha nessun prezzo e non cel'avrà mai. Non si compra, nè si vende o si baratta. Un immagine ed una parola sono liberi, come gli uomini e nessuno ha il diritto di metterci un bavaglio, di legarci o segarci le gambe. Ed anche se lo faranno, non potranno mai uccidere lo spirito di uno uomo libero, non potranno mai chiuderlo in una scatola. Non permettete mai a nessuno di togliervi quello che è vostro. E se vi adducono come motivazione l'affetto, sappiate che amare è lasciare liberi, perchè l'amore è libertà. Non è una pretesa sulla nostra vita, ma un prendere coscienza di quello che ci appartiene.
posted by Fotogiornalista @ 18:09 - mercoledì, 07 gennaio 2009

[I miei occhi- casa di mia madre,Napoli]
A 2009 arrivato è senz'altro tempo di bilanci. Così, inzierò da un bilancio delle cose migliori del 2008, perchè si sa, più passa il tempo, più tendiamo a ricordare del passato soltanto i momenti migliori. In realtà non è sempre così facile, però voglio provarci, in modo che, rileggendo un giorno queste pagine, possa ricordarmi i momenti felici e farmi qualche risata.
Punti Salienti del 2008
-La mia laurea.
-L'ammissione alla Scuola di Giornalismo.
-Aver conosciuto alcune persone speciali.
-Aver scoperto personaggi allucinanti della rete tipo emo, non so se sia politically correct dire chi siano, ma se lo sono lo scriverò.
-Aver perso e ritrovato dei vecchi amici.
-Aver conosciuto il prof.Andrea Mazzucchi, che mi ha aperto la mente.
-Aver scoperto che la vita non è in bianco e nero, è oro. Ma non tutto quel che luccica è oro.
-Aver imparato i motivi che spingono i genitori a comportarsi come tali.
-Aver compreso che il mio fegato ha dei limiti.
-Aver fatto qualche passo in più verso la tolleranza.
-La depressione non è la risposta a tutto.
-Aver imparato ad accettarmi come essere umano.
Grazie a tutti.
posted by Fotogiornalista @ 14:58 - lunedì, 22 dicembre 2008

[Dam's Guit (from Thw One's) Live@La Controra,Napoli]
Mio malgrado, è tantissimo che non scrivo qui. Ho messo questa fotografia oggi, perchè mi fa pensare alla mia vita com'è adesso. M'alzo molto presto, per raggiungere la scuola di giornalismo e torno a casa a sera inoltrata. Troppo spesso vado di corsa. Come l'effetto caleidoscopio che ho usato in quella fotografia. Non c'ero abituata per niente. Sono passata dal liceo, a 15 minuti a piedi da casa mia, all'università, aggiungendo soltanto un altro quarto d'ora di distanza. Adesso, invece, mi tocca andare in provincia e non soltanto. Il ridente paesino dove sorge l'università dov'è ubicata la Scuola di giornalismo è un posto piuttosto lugubre, dal cielo quasi sempre uggioso, una manna per una metereopatica come me. L'Università sembra sospesa nel nulla, perchè oltre a questa non c'è null'altro. L'architettura del posto vorrebbe vivere al di sopra delle proprie possibilità, scimmiottando quella del Bauhaus, ma il risultato è piuttosto pietoso, senza contare che, viste le molte fontane con cui è ornata, arrivando con la pioggia battente, si ha la sensazione di essere Arthur Gordon Pym sulla Grampus. Non è affatto semplice, insomma. Credevo che tutto questo m'avrebbe abbattuta e depressa, ma, con piacere, scopro che invece è ogni giorno è una spinta ad andare avanti, è come una sfida praticamente. Spesso mi ritrovo a pensare "Se mi faccio fermare da quattro gocce, che giornalista spero di diventare?" Magari è una sciocchezza, ma mi aiuta ad andare avanti, non senza un certo entusiasmo. In fin dei conti, posso dirmi felice.
posted by Fotogiornalista @ 15:37 - sabato, 29 novembre 2008

[Amplificando @Sala Prove,Napoli]
Per il ciclo: "Storie di Ordinaria Follia"
Momenti di denuncia giornalistica.
Stanotte ho faticato ad addormentarmi, perchè ieri m'è capitata una cosa oltremodo spiacevole, quando tra l'altro l'ora era tarda ed io ero già molto stanca. Purtroppo, come dicono qui a Napoli, "la madre dello scemo è sempre incinta" e ieri mi sono proprio imbattuta in una figura del genere. Questo signore, del quale non farò il nome per ragioni che chi legge conoscerà, è innanzi tutto un figuro piuttosto sui generis. Corrono sul suo conto strane voci, alle quali però, onestamente, non ho mai dato peso. La cosa che però mi ha sempre colpito maggiormente è che passa la sua intera giornata (anche la notte) su un gioco di ruolo online.
Io non sono una di quelli che stigmatizza i giochi di ruolo,tutt'altro. Appartengo alla corrente di pensiero che li vede come un bel passatempo, anche piuttosto stimolante, anche perchè, diciamoci la verità, ogni cosa, se portata alle estreme conseguenze, rischia di diventare pericolosa, ergo non vedo nulla di demoniaco in un gioco di ruolo.
Ritornando a questo Signore, non so come mai, ma sembra che io gli sia piuttosto antipatica; la cosa non mi preoccupa, naturalmente, visto che non pretendo di essere simpatica a tutti figuriamoci, solo mi piacerebbe sapere le ragioni per le quali Costui mi vede come il fumo agli occhi, pur conoscendomi pochissimo.
Ieri sera questo signore mi accusa di essere fondamentalmente una rimbambita, questo dopo svariati giorni nei quali, pur di risultare offensivo nei miei confronti, addirittura aveva raggiunto livelli di bassezza e demenza tali da rendersi ridicolo e vi illustro subito come mai:
-Gli avevo citato due importanti giornalisti per fare un esempio (deformazione professionale!) e questo Signore, il cui livello di informazione evidentemente non va oltre Il Corrierino dei Piccoli, volendosi riferire a questi due giornalisti, li aveva fusi, coniando così "Mario Mieli" (alla faccia dell'anacronismo).
Quando avevo timidamente tentato di spiegare chi fossero questi due giornalisti, mi aveva detto che la qual cosa era molesta e fuoriluogo. Chissà che ne penserebbero loro, forse tutto gli hanno detto, fuorchè che sono molesti e fuoriluogo.
Ma andiamo avanti.
-Avevo scritto la timida frase "As you like it", citando un pò Shakespeare, un pò Pirandello. Ovviamente, senza intenti offensivi. Ma, questo Signore l'ha presa male, dicendo che io intendevo ingiuriarlo.
Ebbene si: volevo ingiuriarlo con la frase "Come ti pare".
Quando gli ho tradotto la frase, questo Signore mi ha detto che lui era perfettamente al corrente del significato di tale frase, in quanto lui vantava un fantastico diploma in un Istituto tecnico turistico di Non-So-Che.
Personalmente, non intendo offendere nessuna scuola.
Ma che questo Signore sia un mentecatto è palese, in quanto chi si esprime con metafore genere "lei non sa chi sono io", non sa vivere.
Non ho ribattuto, come sarebbe stato d'uopo fare, elencando tutti i miei titoli di studio, perchè è una cosa da deficienti, oltre che da bambini.
Tuttavia, questo Signore continua impunemente a scagliarsi contro di me, sentendosi praticamente un Kapò, suo malgrado, naturalmente.
Ma a me, onestamente, non interessa.
Perchè all'atto pratico, lui vive davanti ad un computer e i suoi unici momenti di gloria sono quelli nei quali s'accanisce con qualcuno random.
Quindi, prendersela coi pusillanimi non ha senso.
E' meglio lasciarli a suonarsela e cantarsela da soli.
Magari un bell'Inno Fascista.
in: vita vissuta, storie di ordinaria follia, aspirante giornalista, gioventù bruciata
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posted by Fotogiornalista @ 23:25 - venerdì, 21 novembre 2008

[Le streghe-Museo del Sannio,Benevento]
Ieri,dopo aver appreso da un esimio futuro collega e spero anche futuro amico, del mio ingresso nella Scuola di Giornalismo a Salerno, ho passato diverse ore ancora tra "color che son sospesi", tra il perplesso e l'incredulo. Avevo avuto veramente quello che volevo. Non era stato facile, ma ce l'avevo fatta. Mi sentivo un pò stanca, avevo dormito male, ma ero (sono) felice, ça va sans dire. In serata mi propongono di andare a vedere un film, cioè "The Orphanage". C'è da premettere che, da brava amante dei generi horror e thriller, ma anche del noir vecchia scuola, non mi faccio di certo assalire dall'ansia. E invece quel film è stato terribile. Sarà stato il mio stato d'animo particolare oppure la regia particolarmente cupa del film, o più semplicemente tutt'e due, il fatto è che dopo sono tornata a casa terrorizzata dall'idea che il terrificante bambino storpio del film facesse capolino nel bagno di casa mia. Visto che ho delle idee molto particolari sul cinema,ho deciso di farvi una personale recensione del film, partendo da una domanda che mi ha attanagliato sin dall'inizio della pellicola:
Perchè una che è cresciuta in un triste orfanotrofio che manco Stephen King, decide non solo di tornarci,ma di comprarselo per farci una specie di casa di cura per bambini?
(Va specificato che l'orfanotrofio era anche in un posto fortemente fuori mano, in una qualche ridente provincia sconosciuta).
Questo perchè solo dopo s'apprende che questa tizia, Laura, ha adottato col filatropico consorte Carlos, un bambino con l'HIV,Simon. Il gesto è dei più nobili, ma il povero piccino, oltre ad essere malato, ha qualche paturnia di troppo, tra cui vedere amici immaginari. Il che per qualsiasi altro bambino, sarebbe stato considerato normale, ma dopo poche scene si vede che Laura e Carlos (che è pure un medico) somministrano al tenero bimbo delle medicine del tutto simili a cartoni di LSD...meno male che vedeva solo amici immaginari! Ad ogni modo, Simon inizia a vedere anche altri 6 bambini, tra cui un certo Tòmas. Con questi bambini fa strani giochi, che comprendevano trafugare chincaglierie varie e porcate simili, fin qui nulla di strano. Arriva a fare visita alla famigliola una vecchia piuttosto singolare, che guida un'automobile antidiluviana e si spaccia per un'assistente sociale. Questa simpatica vegliarda consegna un fascicolo a Laura e sembra essere da subito troppo curiosa, tant'è che decide anche di farsi una passeggiata nel giardino della villa, durante la notte, armata di un badile.
Ad un certo punto, Laura e Carlos fanno un party nella fantastica villa e la cosa stupenda è che anche la festa, benchè fosse ricca di palloncini,festoni colorati e bambini ridenti era più squallida di un bar della periferia di Rho alle 3 del mattino di un lunedì. Il piccolo Simon non vuole partecipare alla festa, preferendo mostrare alla mamma "la casetta di Tòmas".
A questo punto,tutti ci aspetteremmo una simpatica casetta sull'albero, ma la nostra aspettativa verrà tradita solo a fine film. Laura non solo non va con Simon, ma gli da anche un ceffone, perchè è maleducato e "così si impara", come dicono a Napoli. Però, primo colpo di scena, il piccino sparisce. Al suo posto fa una breve comparsata un bimbetto con un sacco di iuta in testa che aggredisce la povera donna. Naturalmente, Laura non ha dubbi: sono stati gli amici immaginari a rapire Simon, è ovvio! E benchè il marito faccia di tutto per non prenderla per pazza, nonostante le innumerevoli ricerche, il piccolo Simon non salta fuori per 7 lunghi mesi.
Nel frattempo, almeno, si scopre che la vecchia assistente sociale è soltanto un'impostora, la quale lavorava nell'orfanotrofio ai tempi in cui c'era Laura e che aveva anche un figlio nato con una grave deformazione,un certo Tomas, che viveva segregato nell'orfanotrofio stesso, alla faccia dei diritti umani. Ma la vegliarda ha anche tempo di crepare spiaccicata da un'ambulanza che transitava in evidente senso vietato, lasciando però ai posteri alcuni filmati dell'orfanotrofio e del suo bambino in super8 (evidente omaggio del regista agli esordi di Nanni Moretti), che vengono pure analizzati dalla polizia, forse per la penuria di prove evidenti. Si scopre anche che Tomas è morto per mano degli altri 5 bambini a causa di un gioco del tutto innocente.
Come chi ama il genere sa, dove non può la polizia, possono i Medium. Ed infatti arriva una medium con dietro pure un tecnico di computer, pronto a riprendere l'evento, probabilmente per poi rivenderselo a "Il Bivio" di Italia1. Ad ogni modo, la medium sente che ci sono gli spiriti di sei bambini nella villa, morti avvelenati, ma non si sa da chi.
Alchè, poichè non si cava un ragno dal buco, Carlos decide di lasciare la villa, ma Laura decide di rimanere due giorni lì da sola, in compagnia di tante boccette di psicofarmaci, of course.
Decide di indossare dei vetusti abiti appartenuti ad una delle istitutrici dell'orfanotrofio e di riarredare la stanza dei "kindertotenlieder" (per dirla con Mahler) con le cose di un tempo, fa anche dolci per un reggimento, col chiaro intento di attirare gli spiriti dei bambini, che comunque non se la filano per nulla.
Alla fine, riesce a captarne le presenze grazie al fantastico gioco "1,2,3 stella". I bambini la fanno finire in una specie di sottoscala segreto (abilmente mascherato da un foglio di carta da parati) piuttosto squallido e triste, dove poi, tramite una serie di disegnini in puro stile la bambinetta di Profondo Rosso, lei capisce essere il luogo dove tenevano segregato Tòmas, il quale, tra l'altro, viveva addirittura con un sacco di iuta in testa per mascherare la sua bruttezza. Ma, colpo di scena numero due (!), Laura trova Simon in uno sgabuzzino, vivo e arzillo. Ma mentre cerca di tirarlo fuori, s'accorge che il bambino non è più con lei, ma è a terra, morto ed in stato di decomposizione.
Ma Laura mica si da per vinta!Dopo tutta una serie di elucubrazioni, non si sa bene di chi, si capisce che Simon è morto perchè, nello scendere nel sottoscala da solo (perchè Laura non aveva voluto accompagnarlo), è caduto ed ha battuto la testa, anche se non si sa come abbia fatto ad accedere al sottoscala abilmente "nascosto" dalla carta da parati; ma anche Laura è morta,anche se non si capisce come mai, ma soprattutto che la polizia era composta da un gregge di pecore, che non avevano controllato nemmeno se il bambino era ancora in casa.
Però sono tutti morti e contenti, perchè se ne possono stare assieme Laura, Simon e i sei bambinetti dell'orfanotrofio.
Abbiate pazienza se ieri non sono riuscita a dormire, ma era veramente una storia intollerabile.
Ah, naturalmente i bambini erano stati avvelenati dalla vegliarda falsa assistente sociale.
Perchè una che è cresciuta in un triste orfanotrofio che manco Stephen King, decide non solo di tornarci,ma di comprarselo per farci una specie di casa di cura per bambini?
(Va specificato che l'orfanotrofio era anche in un posto fortemente fuori mano, in una qualche ridente provincia sconosciuta).
Questo perchè solo dopo s'apprende che questa tizia, Laura, ha adottato col filatropico consorte Carlos, un bambino con l'HIV,Simon. Il gesto è dei più nobili, ma il povero piccino, oltre ad essere malato, ha qualche paturnia di troppo, tra cui vedere amici immaginari. Il che per qualsiasi altro bambino, sarebbe stato considerato normale, ma dopo poche scene si vede che Laura e Carlos (che è pure un medico) somministrano al tenero bimbo delle medicine del tutto simili a cartoni di LSD...meno male che vedeva solo amici immaginari! Ad ogni modo, Simon inizia a vedere anche altri 6 bambini, tra cui un certo Tòmas. Con questi bambini fa strani giochi, che comprendevano trafugare chincaglierie varie e porcate simili, fin qui nulla di strano. Arriva a fare visita alla famigliola una vecchia piuttosto singolare, che guida un'automobile antidiluviana e si spaccia per un'assistente sociale. Questa simpatica vegliarda consegna un fascicolo a Laura e sembra essere da subito troppo curiosa, tant'è che decide anche di farsi una passeggiata nel giardino della villa, durante la notte, armata di un badile.
Ad un certo punto, Laura e Carlos fanno un party nella fantastica villa e la cosa stupenda è che anche la festa, benchè fosse ricca di palloncini,festoni colorati e bambini ridenti era più squallida di un bar della periferia di Rho alle 3 del mattino di un lunedì. Il piccolo Simon non vuole partecipare alla festa, preferendo mostrare alla mamma "la casetta di Tòmas".
A questo punto,tutti ci aspetteremmo una simpatica casetta sull'albero, ma la nostra aspettativa verrà tradita solo a fine film. Laura non solo non va con Simon, ma gli da anche un ceffone, perchè è maleducato e "così si impara", come dicono a Napoli. Però, primo colpo di scena, il piccino sparisce. Al suo posto fa una breve comparsata un bimbetto con un sacco di iuta in testa che aggredisce la povera donna. Naturalmente, Laura non ha dubbi: sono stati gli amici immaginari a rapire Simon, è ovvio! E benchè il marito faccia di tutto per non prenderla per pazza, nonostante le innumerevoli ricerche, il piccolo Simon non salta fuori per 7 lunghi mesi.
Nel frattempo, almeno, si scopre che la vecchia assistente sociale è soltanto un'impostora, la quale lavorava nell'orfanotrofio ai tempi in cui c'era Laura e che aveva anche un figlio nato con una grave deformazione,un certo Tomas, che viveva segregato nell'orfanotrofio stesso, alla faccia dei diritti umani. Ma la vegliarda ha anche tempo di crepare spiaccicata da un'ambulanza che transitava in evidente senso vietato, lasciando però ai posteri alcuni filmati dell'orfanotrofio e del suo bambino in super8 (evidente omaggio del regista agli esordi di Nanni Moretti), che vengono pure analizzati dalla polizia, forse per la penuria di prove evidenti. Si scopre anche che Tomas è morto per mano degli altri 5 bambini a causa di un gioco del tutto innocente.
Come chi ama il genere sa, dove non può la polizia, possono i Medium. Ed infatti arriva una medium con dietro pure un tecnico di computer, pronto a riprendere l'evento, probabilmente per poi rivenderselo a "Il Bivio" di Italia1. Ad ogni modo, la medium sente che ci sono gli spiriti di sei bambini nella villa, morti avvelenati, ma non si sa da chi.
Alchè, poichè non si cava un ragno dal buco, Carlos decide di lasciare la villa, ma Laura decide di rimanere due giorni lì da sola, in compagnia di tante boccette di psicofarmaci, of course.
Decide di indossare dei vetusti abiti appartenuti ad una delle istitutrici dell'orfanotrofio e di riarredare la stanza dei "kindertotenlieder" (per dirla con Mahler) con le cose di un tempo, fa anche dolci per un reggimento, col chiaro intento di attirare gli spiriti dei bambini, che comunque non se la filano per nulla.
Alla fine, riesce a captarne le presenze grazie al fantastico gioco "1,2,3 stella". I bambini la fanno finire in una specie di sottoscala segreto (abilmente mascherato da un foglio di carta da parati) piuttosto squallido e triste, dove poi, tramite una serie di disegnini in puro stile la bambinetta di Profondo Rosso, lei capisce essere il luogo dove tenevano segregato Tòmas, il quale, tra l'altro, viveva addirittura con un sacco di iuta in testa per mascherare la sua bruttezza. Ma, colpo di scena numero due (!), Laura trova Simon in uno sgabuzzino, vivo e arzillo. Ma mentre cerca di tirarlo fuori, s'accorge che il bambino non è più con lei, ma è a terra, morto ed in stato di decomposizione.
Ma Laura mica si da per vinta!Dopo tutta una serie di elucubrazioni, non si sa bene di chi, si capisce che Simon è morto perchè, nello scendere nel sottoscala da solo (perchè Laura non aveva voluto accompagnarlo), è caduto ed ha battuto la testa, anche se non si sa come abbia fatto ad accedere al sottoscala abilmente "nascosto" dalla carta da parati; ma anche Laura è morta,anche se non si capisce come mai, ma soprattutto che la polizia era composta da un gregge di pecore, che non avevano controllato nemmeno se il bambino era ancora in casa.
Però sono tutti morti e contenti, perchè se ne possono stare assieme Laura, Simon e i sei bambinetti dell'orfanotrofio.
Abbiate pazienza se ieri non sono riuscita a dormire, ma era veramente una storia intollerabile.
Ah, naturalmente i bambini erano stati avvelenati dalla vegliarda falsa assistente sociale.
posted by Fotogiornalista @ 15:08 - venerdì, 14 novembre 2008

[Installazione nel cortile dell'Università degli studi di Salerno-Fisciano]
E così, dopo Milano, sono andata anche a Salerno, ancora per l'esame d'ammissione alla scuola di giornalismo. Ricordo una volta, quando frequentavo il primo anno di Università, quando il professore D'Episcopo, che teneva il corso di Critica letteraria, ci disse che trovava, per certi versi,i Campus universitari spersonalizzanti, specie per chi veniva da una realtà come quella napoletana, in cui la facoltà di Lettere è situata nel pieno centro storico. Soltanto in questi giorni ho capito la realtà di quelle affermazioni, quanto fosse diversa la dimensione del campus, ma anche quella della provincia, se vogliamo. Ma poi, ho pensato che quella era la "mia" strada e che devo fare di tutto per seguirla, costi quel che costi, indipendentemente dal luogo in cui mi troverò. L'adattarsi è sempre fondamentale e non dico che posso riuscirci, perchè non lo so, ma so che posso provarci. E mentre camminavo in questo campus che non conoscevo, in una cittadina che non avevo mai immaginato di visitare, mi guardavo intorno e mi sentivo spaesata, molto più che a Milano, nonostante fossi a pochi chilometri da casa. E poi mi sono trovata davanti a questa piccola struttura di mattonelle chiare, dove un professore che avevo conosciuto poco prima durante la prova di ammissione, teneva una lezione. C'erano tanti studenti, seduti a terra o appollaiati sulla struttura, che lo ascoltavano in silenzio, come rapiti. Davanti a questa struttura, c'era un installazione. Una sfera nera, traslucida, sulla quale spiccava il pallore di alcuni teschi neri che la cingevano. La sfera era poggiata su uno specchio d'acqua, nella quale erano scivolate alcune foglie brunite e prive di vita. La sfera rifletteva il cielo appena nuvoloso, dando l'impressione di racchiudere l'area circostante dentro di sè. Ma io, con io mio obiettivo, mentre tentavo di fotografarla, non c'ero. E così ho capito che la sfera poteva contenere il cielo, forse, ma non me, perchè probabilmente sono un'apolide.
E così, dopo Milano, sono andata anche a Salerno, ancora per l'esame d'ammissione alla scuola di giornalismo. Ricordo una volta, quando frequentavo il primo anno di Università, quando il professore D'Episcopo, che teneva il corso di Critica letteraria, ci disse che trovava, per certi versi,i Campus universitari spersonalizzanti, specie per chi veniva da una realtà come quella napoletana, in cui la facoltà di Lettere è situata nel pieno centro storico. Soltanto in questi giorni ho capito la realtà di quelle affermazioni, quanto fosse diversa la dimensione del campus, ma anche quella della provincia, se vogliamo. Ma poi, ho pensato che quella era la "mia" strada e che devo fare di tutto per seguirla, costi quel che costi, indipendentemente dal luogo in cui mi troverò. L'adattarsi è sempre fondamentale e non dico che posso riuscirci, perchè non lo so, ma so che posso provarci. E mentre camminavo in questo campus che non conoscevo, in una cittadina che non avevo mai immaginato di visitare, mi guardavo intorno e mi sentivo spaesata, molto più che a Milano, nonostante fossi a pochi chilometri da casa. E poi mi sono trovata davanti a questa piccola struttura di mattonelle chiare, dove un professore che avevo conosciuto poco prima durante la prova di ammissione, teneva una lezione. C'erano tanti studenti, seduti a terra o appollaiati sulla struttura, che lo ascoltavano in silenzio, come rapiti. Davanti a questa struttura, c'era un installazione. Una sfera nera, traslucida, sulla quale spiccava il pallore di alcuni teschi neri che la cingevano. La sfera era poggiata su uno specchio d'acqua, nella quale erano scivolate alcune foglie brunite e prive di vita. La sfera rifletteva il cielo appena nuvoloso, dando l'impressione di racchiudere l'area circostante dentro di sè. Ma io, con io mio obiettivo, mentre tentavo di fotografarla, non c'ero. E così ho capito che la sfera poteva contenere il cielo, forse, ma non me, perchè probabilmente sono un'apolide.
posted by Fotogiornalista @ 16:42 - venerdì, 07 novembre 2008

[Occupazione del Liceo-Ginnasio A.Genovesi, Piazza del Gesù Nuovo,1 - Napoli]
Il Genovesi è stato il mio liceo. Sono stati anni molto importanti, dolorosi quanto belli, che mi hanno insegnato indubbiamente tanto. Ogni volta che passo davanti al Genovesi, non posso che sorridere, ripensando al passato, a quello che ero ed a quello che sto diventando e penso che in qualche modo, ovunque io sarò, quel portone scuro che si staglia imponente su Piazza del Gesù, eppure sembra così piccolo rispetto alla Guglia Barocca dell'Immacolata, sarà sempre con me, farà sempre parte della mia vita. E come Piazza del Gesù è uno dei "luoghi della mia anima", lo sarà sempre anche il cortile di San Pietro Martire, dov'è la sede della gloriosa facoltà di Lettere e Filosofia della Federico II, perchè io lì ci sono cresciuta. Ed è proprio questo il punto. Sono sempre stata in ambienti molto stimolanti, di quella che viene considerata (a torto o ragione) l'elite culturale di Sinistra. E quando martedì ho varcato la soglia della sede dello IULM, l'Università dove si terrà il Master per il quale sono andata a fare il test d'ingresso, mi sono sentita in un altro mondo. Abituata come sono al fermento culturale, alla lotta, al pensiero studentesco che diventa la forza e l'anima del movimento politico, mi sono ritrovata in un università privata e perciò asservita al potere, fondamentalmente.
"Non c'è nemmeno uno striscione. Nemmeno uno piccolo-piccolo" è stata la prima cosa che ho detto a Julie Cooper, che mi aveva telefonato.
Non so, ma mi sentivo strana. Come se qualcosa non quadrasse. A Milano mi ero sentita subito a casa, stranamente, ma in quell'edificio così pulito, asettico e silenzioso, mi sentivo come dal radiologo. Appena arrivata, mi guardo attorno. Non siamo moltissimi a fare questo test, ma mi sento comunque come piccolissima, non nel senso morale, ma in quello fisico.
"Probabilmente, qui sei la più piccola di tutti" mi fanno gentilmente notare, con una certa tenerezza nel tono. Effettivamente, col mio cappottino nero ed i mei lunghi capelli lisci e biondi,i jeans skinny e le converse di un piacevole color lilla (questo per non citare il mio ombrellino fuxia), avevo senz'altro l'aria della bambola Sbrodolina, più che di un'aspirante giornalista. Scendo le scale, per prendermi un caffè e trovo un gruppetto di studenti che chiacchiera di roba tipo "titoli ed azioni bancarie", completamente fuori tema col resto dei loro "colleghi", che nello stesso preciso momento parlavano di cortei o lezioni all'aperto, probabilmente. Entro in bagno ed ho un flashback. La prima volta che entrai in bagno, alla Federico II, sulla porta c'era disegnato con un pennarello indelebile nero un ritratto di Lenin e vicino molteplici frasi scritte in rosso, tratte da opere di pensatori Comunisti. Quel bagno era lindo e perfettamente asettico. Non soltanto avevano i distributori per il sapone, ma questi distributori contenevano della soffice mousse bianca. M'è venuto da ridere, naturalmente.
"Ma guarda dove sono finita" ho pensato. Non mi sentivo completamente estrane in questo contesto, alla fine, ma quella era una dimensione per me totalmente sconosciuta e perciò anche tremendamente affascinante.
Entro nell'aula per fare il test. Affianco a me c'erano due ragazze, ovviamente più grandi, le quali si vantavano di aver frequentato l'Università Cattolica. Se avessi avuto la prontezza di spirito di Adriano, mio "cugino" d'elezione, avrei risposto loro "ed io ho frequentato la protestante", ma al momento m'è venuto soltanto da dire uno smarrito "ah, no beh, io facevo la Federico II a Napoli". Ci viene distribuito il test di cultura generale. Era piuttosto complicato, con domande che, pur volendo, non avrei nemmeno potuto sapere, visto che riguardavano eventi che coincidevano, ahimè, con l'epoca nella quale portavo il pannolino ed al massimo pensavo a gattonare per casa, figuriamoci se leggevo "La Repubblica". Poi c'era il sunto di un articolo e fin qui ci siamo. Infine, c'era un brano da scrivere, seguendo una traccia delle 5 a scelta. Ho tentato di fare del mio meglio, quello che era nelle mie possibilità, s'intende. Non voglio risultare qualunquista, ma posso soltanto dire che io ho fatto la mia parte, cel'ho messa tutta e se non mi vorranno non fa nulla, perchè avrò altre occasioni, visto che questa è la mia strada e nessuno potrà mai impedirmi di percorrerla, mai.
Que sera, sera
Whatever will be, will be
The future's not ours to see
Que sera, sera
What will be, will be.
[Que sera,sera-Doris Day]
Whatever will be, will be
The future's not ours to see
Que sera, sera
What will be, will be.
[Que sera,sera-Doris Day]
in: vita vissuta, giornalismo, aspirante giornalista, prime volte, gioventù bruciata
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posted by Fotogiornalista @ 00:30 - lunedì, 03 novembre 2008

[Ninja (Subsonica) live @RisingSouth,Napoli]
« Meglio accettare quello che verrà,/ gli altri inverni che Giove donerà/ o se è l'ultimo, questo/ che stanca il mare etrusco/ e gli scogli di pomice leggera./ Ma sii saggia: e filtra vino,/ e recidi la speranza/ lontana, perché breve è il nostro/ cammino, e ora, mentre/ si parla, il tempo/ è già in fuga, come se ci odiasse!/ così cogli/ la giornata, non credere al domani »
(Orazio,Odi)
(Orazio,Odi)
Avete mai avuto la sensazione che quello che stavate facendo fosse esattamente ciò che dovevate fare nella vita? La cosa giusta per voi? Il vostro destino ed il vostro futuro? Domani parto per Milano, per fare i test. E' un sogno per me, sul serio. Ho sempre desiderato avere un'opportunità del genere ed ora mi si presenta, dopo che desideravo da quando ho iniziato l'università di andare a vivere a Milano e soprattutto, di trovare la mia strada. E forse ci sono. Naturalmente, sono in ansia. Terribilmente in ansia. Vorrei che tutto fosse già finito, vorrei essere stoica e vorrei veramente non credere al domani, come dice Orazio. E invece, mi viene da piangere ogni cinque minuti, non riesco a dormire e m'è persino venuto uno sfogo allergico, tanto per completare il quadretto. Le cose non sono così facili. Ma io sono forte (?) e ce la farò. Quantomeno, ci provo. Ci tocca sperare, sperare nell'aiuto divino e no, non voglio fare la papaboys, io ci credo davvero. Sperate con me e se vi fa piacere, rivolgetemi un piccolo pensiero, ve ne sarò sempre riconoscente. Nel frattempo, vi dedico questa foto ed anche un piccolo "saggio" della bravura di Ninja.
http://www.youtube.com/watch?v=4cOx96ppBG8



